Il romanticismo ai tempi dello spread
In realtà, i discorsi si riducono sempre e solo ad un problema economico, escludendo di fatto il lato umano, come se noi non provassimo emozioni, sentimenti, delusione. Come se fossimo macchine.
Cambiare lavoro significa, per lo meno, rinunciare a qualche cosa, spesso intimo. Non è come cambiare un cellulare. Soprattutto oggi che vieni identificato con il tuo lavoro. Tu non sei più “Luca”, sei un ricercatore, un operatore Telecom, un grafico, un precario, un disoccupato, un dirigente.
Cambiare lavoro significa, dunque, perdere una parte della nostra identità. Come cambiare nome, periodicamente ogni 3-5 anni e con esso, la storia che si porta dietro. Nessuno però, parla più di queste cose. Si commenta lo Spread, il lavoro inteso come guadagno e basta, non come impatto sulla nostra vita. Siamo pagati secondo le regole del mercato, ma noi non siamo merce.
Commentiamo il Mondo, senza mai parlare di noi. Troppa fatica.
Le uniche emozioni che ci concedono, sono quelle espresse per l’acquisto di beni di consumo. Beni di consumo che oggi ci regalano un’emozione. Gli oggetti ci danno emozione, non le persone. Soprattutto, non le persone depresse.
Certo la gente, in rete, si spaccia per tale, fa molto figo, da sempre, sono una persona profonda, sensibile, anche depressa, ma nella realtà non te lo puoi permettere. Sì, col cazzo.
Nella realtà, oggi, devi esprimerti come in un social network; pochi caratteri, leggibili, ma soprattutto, spendibili. Il concetto, sintetizzato all’osso, deve essere di facile trasmissione. Uno slogan, continuo, una battuta infinita, rendersi simpatici, perché la simpatia non spaventa, copre le macerie umane e ci rende appetibili agli altri.