Non so voi, ma io alle scuole medie ho fatto un corso di sopravvivenza di tre anni. Al Duca D’Aosta (questo il nome) non si studiavano le materie convenzionali, nè si seguivano i programmi ministeriali perchè si pensava solo a riportare la pelle a casa.
C’erano sei ripetenti in classe, dove il più grande aveva 17 anni. Il primo problema era in casa. Avendo una madre che era la brutta copia di Madame Bovary, il mio guardaroba non aveva ancora conosciuto la rivoluzione industriale del 1800 e quindi si trovavano pantaloni in fustagno, di velluto a costine, mocassini, camicettine a maniche corte, cardigan e gilet. Vestito così, pure il vigile all’incrocio, vedendomi arrivare era indeciso se prendermi per il culo o prendermi per il culo e portarmi in centrale.
In classe, dicevano i prof., che non si era attenti. Al contrario. Si viveva come i vietcong nella giungla. Sempre all’erta ed in tensione. A casaccio poteva arrivarti un cancellino addosso, uno zaino invicta pieno di libri, tirato fortissimissimo in aria, con la tecnica del ‘ndocojo cojo o il libro di religione. Il momento più pericoloso però, era nell’ora di ginnastica.
Nello spogliatoio, di solito, ti prendevano le scarpe e te le tiravano nel cesso. E fin lì era anche simpatica come cosa, perchè a volte, nel cesso, ci finivi tu insieme alle scarpe. L’ora di educazione fisica era un misto tra il corso dei marines ed il giorno d’inizio saldi. Spinte, sgambetti, entrate in scivolata, calci, colletti. Il tutto sotto lo sguardo vigile del prof che leggeva la Gazzetta dello Sport.
Questo per tre anni. Lunghissimi. Prima d’iscrivermi alle scuole superiori, prevenuto, diedi fuoco al guardaroba, scrissi ai servizi sociali per chiedere l’affidamento di mia madre ed iniziai a mettere i soldi da parte per l’analisi.